Fuga di Pescara

A pochi giorni dalla firma dell’armistizio con le potenze anglo-americane, il re d’Italia Vittorio Emanuele III fuggì da Roma all’alba del 9 settembre 1943 con la regina Elena, il principe Umberto e alcuni ufficiali dello Stato Maggiore, tra cui il maresciallo Badoglio, appena nominato dal sovrano capo del governo al posto di Mussolini, tempestivamente arrestato e imprigionato sul Gran Sasso. I fuggitivi, a bordo di un piccolo convoglio di tre automobili con scorta armata, percorsero la via Tiburtina fino all’aeroporto di Pescara, da cui però non presero mai il volo o perché diffidando dei piloti e del comandante Carlo Ruspoli, contrari all’ignobile atto della fuga, o perché la regina Elena, sofferente di cuore, aveva preferito non volare. La comitiva decise di fuggire in nave da Pescara, ma solo Badoglio riuscì a imbarcarsi nottetempo da quel porto, poiché la voce dei regali in fuga si era sparsa tra la popolazione pescarese, suscitandone la pericolosa indignazione. Il re passò la notte del 9 settembre nel castello di Crecchio, ospite dei duchi di Bovino, mentre lo Stato Maggiore e altri nobili la trascorsero a Chieti nel Palazzo Mezzanotte, di fronte alla cattedrale di San Giustino.

La mattina del 10 settembre avvenne la cosiddetta fuga di Pescara, anche se i fuggiaschi si imbarcarono dal porto di Ortona, dove una lapide ricorda l’evento, sulla corvetta Baionetta che li condusse in salvo a Brindisi. Nel frattempo, gli ex alleati tedeschi occupavano la penisola sorprendendo l’esercito italiano, tenuto allo scuro dell’armistizio, e gli anglo-americani sbarcavano in Sicilia. Di lì a poco, l’Abruzzo, attraversato dalla linea difensiva Gustav, voluta dal feldmaresciallo Albert Kesselring, sarebbe diventato teatro di battaglie sanguinose e decisive per le sorti del Paese, anche grazie al contributo della Brigata Maiella.

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